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Ognuno secondo le sue capacità

Tra i Gruppi di acquisto solidale, i loro corrispondenti statunitensi, le Community-Supported Agriculture (Csa), e alcune esperienze di orti urbani nel mondo ci sono realtà che tentano di favorire cittadini a basso reddito in molti modi. Ad esempio, ci sono gruppi che prevedono oltre all’acquisto collettivo di cibo sano presso contadini locali anche la partecipazione alla raccolta di prodotti destinati a mense popolari, altri creano al loro interno un fondo riservato a famiglie più vulnerabili, in altri gruppi le persone con un reddito superiore pagano volontariamente un importo maggiore al prezzo individuato insieme oppure anticipano parte delle spese sostenute dalle piccole aziende agricole. Principi e pratiche di distribuzione della ricchezza e di messa in discussione del lavoro trovano dunque spazio in esperienze di autogestione, tra filiere corte e cibo buono. Per dirla con Marx “da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo le sue necessità.“. Alcuni casi raccontati da una ricerca tra i Csa di Usa, Gran Bretagna, Germania e Ungheria.

csa

Una ricerca sulle preatiche e i merccanismi di solidarietà rivolta a consumatori di basso reddito [1]

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“Da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo le sue necessità”
(Marx)

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La festa della condivisione

Far nascere una rete locale di scambio attraverso una Festa della Condivisione. In Francia, Belgio e soprattutto negli Stati uniti le ShareFest sono eventi autorganizzati della durata di un paio di giorni promossi in spazi aperti, per progettare collettivamente luoghi in cui mettere in comune idee, beni e ribellioni al dominio del profitto. Eventi nei quali le persone si incontrano non per chiedere qualcosa o per delegare qualcuno ma per fare insieme: riuso creativo, caffè delle riparazioni, ciclofficine, co-housing, co-working, condivisione del cibo e delle ricette, librerie degli attrezzi, banche dei semi, laboratori di riuso dei vesititi, car e bike sharing, monete locali, orti comunitari, biblioteche… rimodellano così città e relazioni socialiSH

È grazie alle iniziative di movimenti come gli Sharing Spring, the Sharing Cities Network e ilCenter for a New American Dream che varie comunità nel mondo hanno cominciato a ospitare le prime feste della condivisione. L’obiettivo è coinvolgere le locali organizzazioni che promuovono azioni di scambio e il pubblico, in un’ottica di collaborazione che metta al centro l’idea che la condivisione rappresenti un’esperienza rivoluzionaria. Ad oggi hanno aderito alla proposta una ventina di città (statunitensi, ndr) e molte altre hanno espresso interesse. Le ShareFest (così chiamate in inglese) sono eventi della durata di tre giorni realizzati per connettere la locale rete di economia della condivisione a un pubblico più ampio, dando visibilità a iniziative che di solito vedono la partecipazione di una ventina di persone (ad esempio banche del tempo), all’interno di raduni con oltre tremila partecipanti.

sh3Queste giornate possono rappresentare la maniera ideale di far nascere un movimento più strutturato, come già accaduto in varie città nel mondo da Santa Rosa in California, a Parigi, a Ann Arbor in Michigan a Ghentin Belgio. Le feste della condivisione sono una perfetta opportunità per creare una rete costituita da tutti coloro che sono interessati all’idea della partecipazione collettiva e hanno voglia di creare una città basata sullo scambio. In particolare per i neofiti, una ShareFest può aiutare a entrare in contatto con questa nuova realtà e diventare protagonisti attivi di un processo che di sicuro arricchisce la vita di chi ne prende parte.

Che cosa include una ShareFest? In realtà è la comunità che decide che sapore darle, tuttavia è utile dare alcuni suggerimenti.

Uno. L’evento può prevedere uno spazio aperto per condividere idee, brainstorming e progettare collettivamente una città in cui condividere cibo, case, lavoro, finanza, salute, arte, trasporti, energia ecc.

Due. Dare visibilità a progetti di condivisione, organizzazioni, imprese e agenzie governative già presenti all’interno della comunità e impegnate attivamente nell’economia dello scambio (un esempio è rappresentato da quelle mappate all’interno della MapJam). Domandare agli enti coinvolti di sfruttare l’evento come vetrina per far conoscere il proprio operato, ad esempio organizzando dei tavoli dedicati. Leggi il resto di questa voce

Abbiamo iniziato a condividere

sharing

Car sharing, carpooling, bike sharing, file sharing. Ma anche crowdfunding, cohousing, coworking, opensource. In due parole ‘sharing economy’, o economia collaborativa, quella che punta tutto sulla possibilità di usufruire di beni e servizi in condivisione. Un fenomeno in crescita e che oggi riguarda diversi settori che sarà al centro della manifestazione europea “Oui Share Fest 2014″, a Parigi dal 5 al 7 maggio. La prima edizione di “Oui Share Fest” ha attirato 700 operatori professionali e 3.500 partecipanti da 24 Paesi nelle prime due giornate di lavori, più oltre 3.000 visitatori nella terza, aperta al pubblico.

Ma qual è lo stato dell’arte della sharing economy in Italia? Secondo un’indagine Duepuntozero Doxa del 2013, il 59 per cento dei 1.500 italiani intervistati conosce almeno per sentito dire i servizi di ‘sharing’ e il 13 per cento ne ha provato almeno uno. Tra quelli più noti, car sharing e alloggio condiviso seguiti da scambio e baratto, scambio di informazioni e idee, raccolta fondi, pratiche sportive e prestazioni professionali. L’indagine ha anche tracciato l’identikit del fruitore di servizi condivisi: uomo, tra i 18 e i 34 anni, laureato, residente in un grande centro abitato soprattutto in Lombardia. Leggi il resto di questa voce

Il nuovo decalogo di Robin Hood – parte 4

Oggi continuerò con altri due punti del nuovo decalogo di Robin Hood.

6. Non comprare: affitta, condividi, chiedi in prestito

Uno studio condotto nell’ambito domestico statunitense ha dimostrato che un trapano mantiene un uso medio, durante la sua vita utile, tra i 6 ed i 13 minuti. Un auto passa il 95 per cento della vita parcheggiata. Si possono trovare diversi esempi di questo tipo nelle case di ognuno di noi. È davvero imprescindibile il phon liscia capelli?

Nel libro Vivere meglio con meno (1997), Daniel Wagman ed Alicia Arrizabalaga sviluppano una accorata difesa dell’“accesso contro la propietà”, criticando il patrimonialismo interessato promosso dal capitalismo. Quando è stata pubblicata questa bibbia del downshifting (traducibile con decrescita/sobrietà, ndr), internet non era ancora la gigantesca rete di inter-relazioni sociali come lo è oggi, per cui servizi di sharing come Blablacar (veicoli), Airbnb (case) o VivirSinEmpleo (banche del tempo) erano ancora un’entelechia.

Blablacar, SocialCar o BlueMove sono alcuni dei servizi che consentono di condividere un auto. Il fondatore della pagina web, Albert Cañigueral, considera che il cambio dalla proprietà all’usofrutto si sta già producendo e “gli stessi fabbricanti sono coscienti del fatto che la gente non ha bisogno di avere una auto, ma solo di spostarsi, per cui si stanno orientando verso strategie commerciali di carpooling [veicolo condiviso]”. È possibile fare lo stesso con altri strumenti? “Magari El Corte Inglés iniziasse ad affittare invece di vendere molti prodotti”, sospira Cañigueral.

Un passo più in lá e incontriamo le chiamate “comunità intenzionali”, gruppi di persone e famiglie che vivono in comune e condividono tanto i beni quanto le responsabilità. “Non si tratta necessariamente di eco-villaggi nel bel mezzo della campagna, nè di comuni – spiega la esploratrice di utopie Nati Quiró – e, di fatto, in Europa abbondano le comunità di carattere urbano e semi-urbano”. In queste comunità “si condividono le spese, si impara a vivere con più persone, si prendono decisioni in comune, ci si prende cura dei figli della comunità come fossero i propri…”.

7. Unisciti ad altri consumatori per raggiungere i tuoi obiettivi

Come reazione al recente aumento delle tariffe della luce, deciso dal ministro Soria a istanza di Unesa, la Ocu (Organizzazione di consumatori ed utenti) ha iniziato la campagna Voglio pagare meno luce, a cui hanno aderito 200.000 famiglie. La idea è utilizzare il potere d’acquisto collettivo (parliamo di circa 200 milioni di euro l’anno) per negoziare con le compagnie elettriche una tariffa più economica.

Una buona iniziativa, anche se incompleta. Come si diceva all’inizio, oltre a conseguire succulenti sconti, il consumatore ha il potere di trasformare lo status quo, in questo caso l’onnipotente oligopolio energetico che detta legge in Spagna. Se realmente vogliamo sganciarci da una rete elettrica dispendiosa, cara e contaminante è necessario seguire il punto 4 del decalogo: generare energia propria o passare a una cooperativa d’energia pulita.

Da un paio di decenni stiamo ascoltando, dalla pubblicità, il mantra de “il cliente è il re”. Lo siamo per davvero? Di certo il consumatore dovrebbe assumere il ruolo dei sindacati (ormai debilitati) ed utilizzare il suo potere colettivo per raggiungere obiettivi come:

1. migliorare le condizioni lavorative degli impiegati – per esempio “Compro in Mercadona perchè tratta meglio i propri lavoratori che Carrefour” (e comunicarlo a quest’ultimo);

2. castigare le aggressioni all’ambiente e, perchè no,

3. ottenere una riduzione dei prezzi.

…Continua…

Per conoscere i punti precedenti:

Punti 4 e 5

Punti 2 e 3

Punto 1