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Città, ecosistema di beni comuni – Parte 3

Parte 1: http://wp.me/p3zxZX-bh

Parte 2: http://wp.me/p3zxZX-bj

Il cielo è di tutti

Non meno noto è diventato il legame sistemico tra il cielo della città, vale a dire la qualità dell’aria che in essa si respira, e la sua manipolazione, insieme privata e collettiva, a scopi produttivi e di varia altra natura. Il sorgere di un rischio per la salute umana, esploso in maniera allarmante negli ultimi decenni, ha fatto emergere quale bene comune una risorsa vitale irrinunciabile, fino a pochi decenni fa da tutti ignorata in quanto illimitata e relativamente integra. L’aria è oggi, sempre di più, un common. Noi tutti respiriamo l’aria che ci circonda senza pensare ai nostri polmoni, ma anche senza badare al fatto che essa è natura, che da essa dipende la nostra vita, e certamente senza chiederci a chi appartiene. Ma l’apparire della scarsità di questa risorsa, la sua violazione e alterazione ( che corrisponde a una appropriazione privata dei singoli) fa emergere l’elemento naturale che rende possibile l’esistenza di tutti e al tempo il suo carattere di bene collettivo e indivisibile.

Da qualche tempo la ricerca scientifica ci ha fatto apprendere che l’aria della città, la quale nel Medioevo rendeva liberi i servi della gleba in fuga dalle campagne, oggi costituisce uno speciale impasto “fotochimico”, fonte di minaccia e di danno per la salute dei cittadini.[22] In questo specifico caso appare assai difficile separare l’interesse privato di chi immette smog nello spazio urbano, usando un proprio mezzo di trasporto, da chi respira l’aria inquinata mentre cammina per la città. In un gran numero di casi quel pedone costretto a respirare il cocktail fotochimico di anidride carbonica , di solfato di zolfo , di particolato e vari altri inquinanti, il giorno dopo, a bordo della sua auto, sarà tra la schiera degli inquinatori. Il bene comune dell’aria salubre e il diritto universale alla salute vengono violati sistematicamente anche da chi quel danno subisce, a sua volta, in quanto abitante di una città, utente dello spazio pubblico. Appare qui evidente che la rappresentanza e la difesa del bene comune salute è affidata a una autorità terza in grado di comporre il diritto e il bisogno della mobilità dei cittadini con quello di respirare un’aria non inquinata. Un soggetto pubblico che tra l’altro ha il compito di tutelare le “minoranze”, vale a dire gli anziani, i bambini e tutti coloro che non sono diretti inquinatori in quanto utenti automobilistici. Tutela che, com’è noto, negli ultimi anni è stata pressoché abbandonata nelle grandi città italiane.

E tuttavia appare anche in questo caso ben visibile la configurazione del mondo urbano quale ecosistema: l’uso privato e collettivo dell’habitat ha conseguenze sugli attori naturali che lo manipolano e lo abitano, non diversamente da quanto accade in natura, allorché un qualche agente rompe un equilibrio consolidato. Se un ambiente acquatico si prosciuga a causa di un intervento dell’uomo o per una prolungata siccità, la vita degli uccelli, dei pesci e dei mammiferi che l’abitavano ne viene sconvolta.

E tuttavia, senza che nessuno lo notasse, senza sofisticate elaborazioni teoriche, sotto il cielo delle città un bene comune fondamentale è stato storicamente ripartito e regolato con criteri egalitari fra i suoi innumerevoli fruitori. Com’è noto, lo spazio adibito alla libera circolazione di uomini e veicoli non conosce significativi impedimenti e domini privati e particolari. Al contrario lo spostamento su strada è reso possibile da regole universali che danno pari diritto di movimento a tutti gli utenti. Quello spazio pubblico è stato infatti ripartito in un reticolato di possibilità e divieti in cui ciascuno esercita il proprio diritto a spostarsi rispettando quello degli altri. Il semaforo rosso che impedisce al singolo utente di transitare all’incrocio è un obbligo che lo costringe a non considerare lo spazio urbano come un dominio particolare che può utilizzare a proprio arbitrio. Qualunque sia la potenza e il lusso del veicolo che guida, qualunque sia il ruolo sociale, la ricchezza, la potenza gerarchica del guidatore, quel rosso è un impedimento da rispettare. E’ condizione della sua sicurezza e di quella degli altri. Si è tutti alla pari nello spazio aperto delle strade cittadine. Una grammatica universale si impone su tutti. Ed è grazie a tale egalitarismo che viene protetto il bene comune dell’incolumità fisica dei cittadini. Solo i pari diritti di spostamento di cui godono tutti consentono l’uso ottimale del bene comune del territorio urbano. Forse e’ qui il modello di uso egalitario della città, del suolo, dell’aria, delle risorse a cui occorrerà uniformarsi in futuro.

Il tetto che scotta

Lo scenario climatico che le conoscenze scientifiche del nostro tempo hanno squadernato davanti a noi ci mostrano oggi un altro aspetto di legame sistemico tra la città, i suoi attori naturali, e il più vasto spazio planetario. Le città ci fanno sperimentare la nuova mondialità del locale. Mai come oggi esse erano apparse così nitidamente quali punti interconnessi di una rete a scala globale. Com’è largamente noto, è lo smog cittadino, sono gli scarichi urbani e i fumi industriali per produzioni destinate alle città a determinare una percentuale rilevante di immissione di gas serra nell’atmosfera.[23] Tutte le città del mondo, centri energivori di varie dimensioni e potenza, consumano in maniera crescente petrolio e carbone, alterando il clima atmosferico, surriscaldando il nostro comune tetto di abitanti della Terra. Il riscaldamento globale, potremmo dire, è figlio del metabolismo urbano. Anche se l’agricoltura industriale gioca una sua parte non irrilevante. «Un ettaro di area metropolitana – ha ricordato Virginio Bettini – consuma 1000 volte più energia di un’area equivalente ad economia rurale». [24] E queste città che sono produttrici di calore, tendono a riscaldare anche il loro delimitato habitat. Le attività produttive e soprattutto i riscaldamenti domestici e i trasporti, la polvere e gli scarichi innalzano anche di un grado la temperatura media, con picchi anche più alti a seconda dei luoghi. Lo stesso ricorso al raffreddamento artificiale degli interni, nei mesi dell’estate, produce calore all’ esterno. L’uso privato del freddo altera il clima comune cittadino all’esterno. Il benessere dei singoli contribuisce al disagio collettivo.

Val la pena inoltre osservare che il riscaldamento urbano tende a rafforzare i suoi effetti per via della stessa manipolazione territoriale che espone le città agli allagamenti periodici. La scomparsa degli orti periurbani, il taglio di alberi, la cementificazione diffusa, la cancellazione progressiva del verde, tutta la multiforme e molecolare attività di consumo dei suoli incolti, non solo contribuisce alla produzione di carbonio e alla cancellazione di fonti produttrici di ossigeno, incrementando così il riscaldamento globale. Essa ha anche un effetto locale e ravvicinato. Accresce il riscaldamento del clima in città. Estati roventi attendono gli abitanti dei centri urbani in ogni angolo del mondo. E il clima, sotto la minaccia della sua grave alterazione, immaginato per tutta la precedente storia umana come non condizionabile dalla nostra azione, è un bene comune sempre più prezioso per le nostre sorti. E anch’esso mostra come l’azione di alterazione degli habitat da parte dei singoli, fino ad oggi iscritta dall’ideologia dominante nel regno intangibile della libertà, opera nei fatti in danno crescente del bene comune del clima, contribuisce a rendere rovente il tetto della casa comune.

Città, ecosistema di beni comuni – Parte 2

Qui la parte 1: http://wp.me/p3zxZX-bh

Riscoprire il sistema

Anche da questi brevi cenni appare evidente come lo sviluppo delle relazioni commerciali che, nel corso di diversi secoli, ha finito col rendere le città relativamente indipendenti dalle risorse collocate nel loro territorio, ha occultato i vincoli sistemici su cui esse sono sorte e a lungo vissute. Esattamente l’estensione delle reti del mercato – l’elemento di connotazione urbana più enfatizzato dagli studiosi – ha cancellato le reti che le legavano alle risorse naturali. Ma in realtà esse hanno solo trasferito e diluito gli ecosistemi che ne rendevano possibile l’esistenza su un territorio sempre più vasto. La Londra dell’età moderna, che da tempo si riforniva di grano, cibo e legname prodotti anche fuori dai suoi confini e dalla stessa ‘Europa, aveva in realtà moltiplicato intorno a sé i territori da cui trarre le risorse naturali consumate dai suoi cittadini. « Ciò che Londra divora – ha ricordato Braudel ne I giochi dello scambio – non è solo l’interno dell ‘Inghilterra, ma, per così dire, anche l’esterno, i due terzi almeno o i tre quarti e forse i quattro quinti del suo commercio estero».[15] Nell”800 il suo ecosistema aveva assunto dimensioni mondiali, dal momento che, ad esempio, le élite londinesi consumavano correntemente te, cacao, zuccherro di canna e caffé provenienti dalle colonie. Leggi il resto di questa voce

Città, ecosistema di beni comuni – parte 1

Le risorse e il mercato

Che la città nasca, si conservi e si sviluppi all’interno di una rete di condizionamenti ambientali è una conquista sorprendentemente recente del pensiero sociale. Solo il progredire, negli ultimi decenni, della cultura ambientalistica e – per il nostro caso – dell’ecologia urbana[1], hanno cominciato a disvelare ciò che a lungo la cultura dominante aveva tenuto nascosto. Vale a dire i vincoli di risorse e le condizioni di habitat entro cui sono sorte e vivono le città. E non a caso le ragioni di un così lungo e perdurante occultamento risiedono nelle condizioni materiali del loro stesso successo, della loro espansione: in primo luogo il mercato. Se noi ci accostiamo alla grande analisi storico-sociologica che si occupa della città e delle sue ragioni fondative, restiamo oggi colpiti dalla centralità con cui il mercato viene assunto quasi a principio generatore dello spazio urbano. Nel suo saggio Die Stadt pubblicato postumo (1921), Max Weber, dopo aver messo in rilievo le condizioni politiche che in genere presiedono alla nascita delle le città antiche o medievali, non ha dubbi sul fatto che, condizione essenziale «perché si possa parlare di “città” è l’esistenza nel luogo dell’insediamento di uno scambio di prodotti – non soltanto occasionale ma regolare – quale elemento essenziale del profitto e della copertura del fabbisogno degli abitanti: l’esistenza di un mercato».[2] Leggi il resto di questa voce

Le cifre dell’austerity – parte 2

La Francia occupa il 7° posto nella classifica dei più grandi patrimoni medi

Grazie al valore degli immobili (soprattutto parigini) il patrimonio medio francese è molto elevato: 296’000 dollari, 219’000 euro, Maggiore che in Germania, o in Belgio, o in Gran Bretagna.

In Francia il patrimonio immobiliare conta più dei 2/3 della ricchezza e il tasso di indebitamento delle famiglie è piuttosto basso (12%).

Il Credit suisse sottolinea che la disuguaglianza finanziaria in Francia è maggiore che nella maggior parte dei paesi europei: un quarto dei milionari europei risiede in Francia. Mentre i super ricchi sono più numerosi in Germania, in Svizzera e nel Regno Unito. Leggi il resto di questa voce